Dall'Uva alla Mandorla:
La Rivoluzione Agricola di Stefano Pugliese.
Perché per generazioni siete stati una famiglia che ha sempre prodotto uva da tavola. Siamo nella patria dell'uva da tavola pugliese e come mai la decisione di cambiare rotta allora?
Principalmente perché l’uva da tavola è un prodotto che ha una deperibilità velocissima. Poi, in un’ottica di trasformazione del prodotto, la mandorla penso che sia il frutto che abbia un ventaglio, forse che abbia il ventaglio più ampio possibile per la diversificazione.
Quindi è senza pensare alla semplice prova del prodotto stesso che permette la conservabilità prima della vendemmia. L’azienda, quando sono subentrato io, aveva colture che avevano un po’ i loro anni, quindi era necessaria la rigenerazione e la ristrutturazione aziendale. Abbiamo deciso di deviare sul mandorlo perché, in ottica anche di espansione e di superare quella che era la mera produzione, è il prodotto che più si presta a questo passo evolutivo.
Lei ha scelto il mandorlo a siepe. Quali vantaggi ha riscontrato rispetto ad altri sistemi di coltivazione?
La scelta deriva dal mio background formativo: ho iniziato a lavorare nella ristorazione collettiva e quando devi servire 2000 clienti in un’ora sei costretto a ottimizzare i processi. L’ottimizzazione e la standardizzazione sono la chiave di un business che funziona, soprattutto in spazi ridotti.
In un terreno di 15 ettari, un mandorlato tradizionale avrebbe avuto poco senso. Mettendo gli alberi in siepe si riesce a standardizzare quasi tutto: raccolta, potatura, fitofarmaci (che sono più concentrati perché non c’è dispersione). Noi siamo un’azienda biologica e abbiamo a cuore la sostenibilità.
Un impianto ad alta densità è particolarmente sostenibile in biologico perché in meno spazio si fanno quantità pari o superiori rispetto al tradizionale e non c’è spreco di suolo. Questi sono stati i driver principali.
From an economic point of view, what factors were decisive in choosing to invest in almonds?
Dal punto di vista economico, io credo nel lavoro di filiera. Nella mandorlicoltura ci sono due attori con cui non possiamo competere: California e Spagna. Principalmente convenzionale e grandi volumi. Due colossi produttivi.
Il mio percorso è stato quello di fare qualità e filiera: biologico come certificazione base e poi certificazioni come For Life, Bio Suisse, Naturland, fino alla Demeter per la biodinamica. L’obiettivo è distinguersi con tracciabilità, qualità e certificazioni importanti riconosciute dal cliente finale.
Che tipo di impianto avete? (superficie, varietà, portainnesti, irrigazione…)
Qui siamo in 15 ettari di mandorlato coltivato ad un’unica varietà, la Millares. Il portainnesto scelto da Agromillora è The Best. Le piante sono distanziate 1,20 m × 3,80 m, quindi una densità di circa 2000–2200 piante per ettaro, in totale circa 33.000 piante.
Il sistema di irrigazione è totalmente automatizzato, di smart irrigation, che permette di dosare perfettamente il fertilizzante biologico per ogni litro d’acqua. Il sistema rileva dati del suolo, del sottosuolo e dell’aria, permettendo di leggere in anticipo la necessità idrica della pianta e dosare l’acqua di conseguenza. Questo genera risparmio idrico ed efficienza.
Quali passaggi ha seguito per integrare produzione, trasformazione e vendita?
Nel 2021, quando abbiamo messo a dimora le piante, il progetto prevedeva la realizzazione di un opificio di 1200 m² per la trasformazione delle mandorle. L’obiettivo è chiudere la filiera.
Il capannone è ancora in fase di ultimazione ed è stato un percorso complicato per gli ostacoli tipici di chi fa tutto da zero. Pensiamo di avere piena operatività nel 2026.
La chiusura della filiera è fondamentale perché nel settore ci sono truffe e irregolarità: prodotto non europeo spacciato per italiano. Avere il controllo totale permette supervisione e garanzia a 360°.
Stiamo mettendo insieme imprenditori agricoli virtuosi, con impianti e varietà di qualità, per offrire un prodotto trasformabile in svariati modi.
Quali ostacoli ha dovuto superare?
Molti ostacoli sono stati tecnico-strutturali: realizzare da zero un impianto che ricorda processi industriali non è semplice. Permessi, tempistiche, professionisti che non soddisfano pienamente le esigenze.
Dal punto di vista della filiera, la società consortile agricola è una sfida: in agricoltura manca la cultura dell’aggregazione. Proprietà frammentate, mentalità diverse, paura di prendere fregature. Trasmettere obiettivi e vision è stato complesso.
Ritiene che il mandorlo possa essere redditizio e sostenibile per altri agricoltori del Sud Italia?
Come vede l’evoluzione del mercato della mandorla nei prossimi anni?
Il mercato è frizzante, pieno di attori che fanno bene. Con Spagna e California non si può competere sui volumi. La strada è la qualità: filiera, tracciabilità, impianti standardizzati.
Bisogna aggregarsi: è il trucco per avere un prodotto tracciato e un prezzo riconosciuto. La redditività dipende dalla capacità dell’imprenditore di modernizzarsi.
Qual è la chiave per rendere un progetto agricolo sostenibile e competitivo oggi?
Direbbe che la coltivazione del mandorlo è redditizia?
Quale consiglio darebbe a chi vuole investire nel mandorlo, soprattutto in sistemi a parete?
Chi intraprende la strada da solo va veloce; chi si aggrega va lontano.
